Inviato il 01-02-2010
Archiviato in (Hacking, Internet, Lavoro, Leggi e Normative, tecnologia, web) da Francesco

La Commissione Europea annuncia un giro di vite. Nel mirino Facebook e gli altri social network

Mark Zuckerberg ha fatto un sacco di rumore. Ebbro del successo del suo Facebook, il più giovane miliardario della Terra si è prima definito «un profeta» e poi ha espresso la convinzione che «oggi nessuno si preoccupa più veramente della privacy su Internet». Vero o falso? Una parte dei 350 milioni utenti del più popolare social network della grande rete sarà magari d’accordo. Ma la Commissione Ue no, tanto che già lavora a un nuovo pacchetto di regole mirate a garantire la vita di chi vuol farsi gli affari propri in beata solitudine. «La gente – avverte Viviane Reding, neoresponsabile per i Diritti dei cittadini -, se lo ritiene, deve avere il diritto di tenere la porta chiusa».

Informazione e rispetto
Il rispetto della vita privata e la protezione dei dati personali sono diritti sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Il problema, a questo punto, è che la normativa che mette in pratica questi sacri principi risale al 1995, tempo in cui Internet era in fasce e la comunicazione di massa, come lo shopping online, erano fenomeni da scoprire. «Il mondo è cambiato», concede la Reding, in carica con la Commissione Barroso bis dal 10 febbraio. Le regole, pertanto, non possono che adeguarsi al mutamento; significa che la privacy resta un dogma per quanto bisognoso appena di una mano di vernice fresca.

Zuckerberg non sarà contento. Citando Facebook, insieme con le altre piazze virtuali come Myspace e Twitter, la commissaria lussemburghese afferma che «l’innovazione è importante per la società contemporanea, ma non deve andare a scapito del diritto al rispetto della vita privata». E’ convinta che sia il momento di riscrivere le regole perché siano al passo coi tempi. Un esempio? A Bruxelles spiegano che sarebbe importante definire i limiti del «behavioural advertising», la pubblicità basata sul comportamento, sistema che analizza le abitudini degli internauti per una commercializzazione più mirata dei prodotti.

Sono mondi parzialmente sconosciuti che possono nascondere insidie. Sui siti di social network, che Bruxelles non intende certo criminalizzare, si incontrano oltre 41 milioni di uomini, donne e minori che si scambiano informazioni personali e fotografie.

Le regole
«A che punto tutto questo può andare oltre i margini che i cittadini sono disposti a da accettare?», si domanda la Commissione. Dove, fra l’altro, si sottolinea come siano ancora da capire gli effetti legati all’esistenza di 6 miliardi di «smart chip» che consentono di tracciare i movimenti dei navigatori.

«L’Ue deve stabilire le regole che consentano ad ogni cittadino di sapere in quali casi è legittimo il trattamento dei suoi dati personali», dice la Reding. Serve che tutto sia intellegibile. Lo suggeriscono anche i regolatori canadesi che hanno appena rimesso sotto inchiesta Facebook per colpa delle nuove impostazioni per la privacy che «in certi casi spingono a condividere più notizie che in passato». E non finisce qui. Bruxelles vuole affrontare il «cloud computing», ovvero la pratica di memorizzare i documenti online piuttosto che sull’hard disk locale. E poi valutare cosa fare per imbrigliare chi compone i profili elettronici dei consumatori raccogliendo informazioni quali indirizzi IP e abitudini di acquisto, e poi li vende all’insaputa dell’interessato.

Gli affari
Si richiede cautela, sopratutto per non imballare il business dei servizi online. Nel 1995, insiste la Commissione, non c’erano i furti di identità, non si prenotavano voli aerei al computer, non si firmavano bonifici dal tavolo di casa. Con buona pace di Mr. Facebook, Bruxelles promette un riordino della materia, in fretta se si riesce, «sarà una priorità del 2010». Il che, però, non implica una rinuncia alle azioni più tradizionali. Ne sa qualcosa l’Italia che è finita nel mirino per le banche dati delle televendite ricavate da elenchi di abbonati telefonici elaborati senza il consenso degli utenti. Roba da soliti ignoti della vecchia economia proiettati nel futuro. La difesa privacy, ricordano a Bruxelles, è in fondo una missione senza tempo.

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